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Certificati del Riciclo: l’incentivo che manca

Sostegno al riciclo. Lo chiedono le imprese che operano nella filiera del recupero di materia, lo impone l’Europa nell’impostazione data al Recovery Fund. Eppure il riciclo è un settore ancora privo di adeguato sostegno economico. Un vuoto grave, tanto più che colmarlo vorrebbe dire offrire un impulso alla creazione di impianti e infrastrutture per la gestione dei rifiuti, ad oggi drammaticamente carenti in Italia e ostacolati da burocrazia, ritardi, vuoti normativi e pessima comunicazione.

La soluzione più coerente e sensata? “Mutuare le buone pratiche già sperimentate in ambito energetico introducendo strumenti di mercato che, a partire dai rifiuti di imballaggio, potranno essere estesi ad altri flussi di rifiuto. Una strumentazione economica consolidata per sostenere gli obiettivi di riciclaggio e la realizzazione degli impianti”. È la proposta lanciata da Laboratorio Ref Ricerche nell’ultimo position paper.

In concreto: un sistema di incentivi sotto forma di Certificati del riciclo, con la funzione di “assicurare l’equilibrio economico-finanziario degli impianti di trattamento impegnati nella trasformazione dei rifiuti in MPS (materia prima seconda), attività propedeutica al riciclaggio, intervenendo per bilanciare le oscillazioni di prezzo delle MPS”.

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I Certificati del Riciclo per gli imballaggi

I Certificati del Riciclo avrebbero lo scopo di attestare “l’effettivo riciclo di una tonnellata di imballaggio di una certa qualità e materiale” e potrebbero essere ceduti e scambiati tra le imprese della filiera, in modo del tutto analogo a quanto avviene con i CIC, Certificati di Immissione al Consumo, rilasciati dal GSE ai produttori di biometano avanzato da rifiuti organici.

“Liberamente negoziabili in un mercato regolamentato, avrebbero prezzi che si muoverebbero in contro tendenza rispetto a quelli delle Materie Prime, offrendo all’industria del riciclo italiana quella stabilità di prospettive di ricavo necessaria all’avvio degli impianti”. La proposta di Laboratorio Ref è applicata alla filiera dei rifiuti di imballaggio perché contraddistinta da una normazione e una gestione più avanzata di quella delle altre frazioni presenti nei rifiuti urbani, ma gli stessi strumenti economici potrebbero essere estesi, col tempo, anche alle altre filiere dei rifiuti.

I Certificati Bianchi per i rifiuti non coperti da obblighi

Per esempio, sostiene Ref, per i flussi di rifiuto non coperti da obblighi specifici di responsabilità estesa del produttore, come i giocattoli o le plastiche non da imballaggio, si potrebbe valutare un’estensione del meccanismo dei Certificati Bianchi, che funzionano con un sistema di baseline-and-credit.

Ogni impresa è autorizzata ad emettere un certo ammontare di emissioni, relative ad un livello base. Se l’azienda è in grado di rimanere al di sotto di tale quota, ottiene dei crediti che può conservare per l’anno successivo o cedere sul mercato alle imprese che di converso si trovano al di sopra del proprio livello base. I crediti ottenuti maturano tipicamente in esito a interventi di riduzione delle emissioni. “Con questi strumenti economici e di mercato – ancor più che con divieti e sanzioni – si incentiva il cambiamento dei comportamenti, si innesca un aggiustamento graduale ma progressivo verso gli obiettivi ambientali, si promuove l’innovazione e si minimizzano i costi della transizione green”.

Se è vero, infatti, che questi titoli negoziabili comprovano l’efficienza energetica, sarebbe auspicabile estenderne l’ambito di applicazione a dimostrare l’efficienza energetica ed ambientale che origina dall’impiego di MPS, in sostituzione delle materie prime vergini, come del resto documentato in numerosi studi di Life Cycle Assessment (LCA).

Le emissioni del riciclo nell’ambito dell’EU ETS

Terzo possibile strumento suggerito da Ref è rappresentato dalle “novità che potrebbero arrivare anche dall’European union emissions trading scheme (Eu Ets). Riconoscendo che le emissioni di gas climalteranti legate alla produzione di materie prime seconde sono inferiori, spiega il Ref, questo “potrebbe renderle più appetibili per i settori industriali: il loro utilizzo va infatti a ridurre i costi diretti (quote) e indiretti (trasferimento del costo della CO2 nei prezzi dell’energia pagati dagli operatori industriali) per conformarsi agli obblighi di legge”.

Una eventualità da tenere in considerazione alla luce del fatto che il sistema EU ETS sta per entrare (dal 1° gennaio 2021) nella fase 4, dove i requisiti ambientali e i meccanismi regolatori del sistema diventeranno decisamente più stringenti, alla luce dei nuovi e più ambiziosi obiettivi climatico-ambientali da traguardare.

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