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Rifiuti tessili: raccolta obbligatoria da gennaio ma c’è aria di proroga

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È diventata obbligatoria dal 1° gennaio (pochi giorni fa) la raccolta differenziata dei rifiuti urbani tessili in Italia, ma l’Anci annuncia una richiesta di proroga. Alla norma mancano le linee guida e non tutti i Comuni sufficientemente strutturati per osservarla.

Da mesi gli operatori del settore mettono le mani avanti sull’obbligatorietà della raccolta, benvenuta ma complessa da realizzare. Molti Comuni sono ancora sprovvisti di cassonetti e campane di conferimento. Quelli già attrezzati non sempre ne hanno un numero sufficiente e/o distribuito in modo utile a garantire gli standard dell’obbligatorietà. Già, quali standard? Il decreto legislativo 116 obbliga i Comuni italiani ad avviare un “sistema di raccolta del tessile”, ma il Ministero della Transizione Ecologica non ha ancora fornito le linee guida.

Per questo l’Anci, Associazione nazionale dei Comuni italiani fa sapere che “presenterà un emendamento al Dl Milleproroghe approvato dal Cdm lo scorso 23 dicembre”, chiedendo che l’obbligo venga posticipato almeno di un anno.

I dati della raccolta

Aumentare la frazione di rifiuti tessili differenziati e riciclati è senz’altro un’urgenza. Secondo i dati Ispra, nel 2020 solo lo 0,8% del totale dei rifiuti differenziati è costituito da rifiuti tessili. Per contro, nel 2019 i tessili costituivano il 5,7% dei rifiuti indifferenziati, destinati alla discarica o all’inceneritore. Sulla spinta di questi dati e di molte case history di successo sul tema, l’Italia ha anticipato di tre anni il recepimento del decreto dell’Ue contenuto nel “Pacchetto di direttive sull’economia circolare” da attuare entro il 2025. L’obiettivo del decreto legislativo 116/2020 è quello di favorire il riciclo e ridurre l’impatto sull’ambiente causato dal comparto tessile, a partire dal 2022.

Ma gli stessi dati Ispra denunciano anche un notevole divario tra le Regioni nella raccolta differenziata dei rifiuti tessili. A fronte di una media nazionale di 2,6 kg per abitante all’anno, in Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Marche si superano i 3 kg, Valle d’Aosta e Basilicata si avvicinano ai 4 kg. All’opposto, Umbria e Sicilia raccolgono in modo differenziato meno di 1 kg per abitante.

Mancano gli impianti di recupero

A questo si aggiunge la mancanza di una vera rete infrastrutturale di impianti in grado di recuperare materia dagli scarti tessili, nonostante il business rappresenti un caposaldo dell’economia circolare, come più volte sottolineato anche dalla Fondazione Ellen MacArthur. In questa direzione il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza stanzia 150 milioni per la costituzione di ‘textile hubs’ innovativi a cui si aggiunge una parte del miliardo e mezzo destinato alle amministrazioni pubbliche per il miglioramento dei sistemi di raccolta differenziata e riciclo. Ma i tempi tra lo stanziamento (in arrivo) e l’obbligatorietà (già scattata) non sono per nulla coordinati.

Responsabilità estesa del produttore

Ultimo, ma non meno importante, punto critico è rappresentato dall’introduzione della Responsabilità estesa del produttore (EPR) che la strategia europea prevede di applicare anche al comparto moda e tessile. Un modo per responsabilizzare gli stessi produttori rispetto all’intero ciclo di vita dei loro beni, e quindi anche del loro smaltimento. L’EPR avrebbe un forte impatto sui brand della fast fashion, che producono capi dalla vita breve destinati ad affollare le discariche.

Favorevoli alla EPR sono sia le associazioni ambientaliste che le aziende impegnate nella raccolta tessile, con in testa Unirau, Unione delle imprese di raccolta, riuso e riciclo abbigliamento usato. Ma le aziende produttrici, a loro volta, hanno bisogno di tempo e norme per attuare la Responsabilità.

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