Home Ambiente Salvare il mare? Una battaglia di immenso valore

Salvare il mare? Una battaglia di immenso valore

L'€ambiente marino ha un valore naturale eccezionale, ma anche uno - incommensurabile - di tipo economico, spiega Paola del Negro, direttrice della sezione di Oceanografia dell'€OGS di Trieste.

Dobbiamo difendere la nostra casa comune: l’ambiente.E’ una sfida che non possiamo più rimandare, anche secondo Papa Francesco. Abbiamo dilapidato il capitale naturale per far crescere quello economico senza capire che il valore del capitale naturale è, anche dal punto di vista economico, di molto superiore. Aria e acqua sono infatti fondamentali per la vita, così come lo sono le piante che, con la fotosintesi clorofilliana, ci regalano le molecole organiche, pilastri di ogni cellula. E poi pensiamo alla bellezza della natura, a quello che gli inglesi chiamano “€amenities”€. Ebbene anche quelle “€œsi vendono”€ e generano economia. Basti pensare che ogni anno più di 100000 subacquei si immergono nell’€Area Marina Protetta di Portofino per vedere le gorgonie e il turismo legato alla natura rappresenta una parte importante del nostro PIL. Ripenso al commento di Nando Boero, zoologo dell’€Università del Salento, che dice “€œpensate a quanta gente va a cercare il niente”: “€ho passato le vacanze in un’isola dove non c’€era niente, sono stato in una spiaggia deserta, senza niente”€. Quel niente rappresenta un valore economico enorme. Troppe volte abbiamo riempito quel niente per favorire l’€economia dei soldi. Abbiamo consumato suolo, eroso le “€amenities”€, creando grandi vantaggi nel breve termine ma importanti svantaggi nel lungo periodo. Nella nostra vita il lungo periodo è €œtroppo lontano€,è il periodo dei nipoti e dei pronipoti. Ma proprio per loro è necessario operare delle scelte sostenibili: perché i problemi creati da una cattiva economia non vengono risolti da chi li ha creati, i costi economici sono a carico di chi viene dopo. Prendiamo per esempio la plastica. La plastica ha cambiato meravigliosamente la vita dell’umanità nel breve periodo, ma oggi rappresenta uno dei più grandi problemi per gli oceani. Si accumula formando delle isole e si frantuma in pezzi molto piccoli, delle stesse dimensioni del plancton. C’è quindi un plancton di plastica che gli organismi più grandi non riconoscono come pericoloso e mangiano. Le micro e nanoparticelle di plastica si accumulano così lungo la catena alimentare, fino ad arrivare sulla nostra tavola. Non possiamo fare nulla per eliminare la plastica dagli oceani, possiamo operare per non aumentarla. Non possiamo più ignorare le conseguenze di scelte poco sostenibili. E così per ogni azione che intendiamo intraprendere. Per quanto concerne il mare ogni azione deve garantire il mantenimento del Good Environmental Status (GES), come prescritto dalla Direttiva Europea Marine Strategy. In altre parole, mari e oceani devono essere puliti, sani e produttivi e lo sfruttamento delle loro risorse (per esempio la pesca) non deve alterare negativamente lo stato dell’€ecosistema marino. Perché qualsiasi impresa che altera il GES non è sostenibile. Neppure economicamente. Uno degli indicatori dello stato ambientale è la biodiversità che deve essere salvaguardata e mantenuta. L’€incremento del traffico marittimo, per esempio, aumenta il rischio di introdurre specie aliene trasferite con le acque di zavorra (caricate dalle navi per stabilizzare le imbarcazioni e poi rilasciate in porto), l’€ampliamento del canale di Suez favorisce le cosiddette migrazioni lessepsiane di organismi marini dal Mar Rosso verso il Mediterraneo. Evidenziare i problemi legati a ogni azione deve diventare un comportamento etico affinché la sfida possa dirsi vinta. Noi come ricercatori ci impegniamo a monitorare l’ambiente e, come facciamo ormai da tempo, a lanciare segnali di allerta per promuoverne la salvaguardia. E’ importante infatti favorire lo sviluppo di una migliore “coscienza ambientale”€ tra i cittadini, gli operatori di settore e le autorità competenti per una gestione integrata e sostenibile della biodiversità.

FONTElaStampa.it
CONDIVIDI