
L’Associazione Consumatori Utenti presenta la metodologia del primo rapporto nazionale realizzato con Giusto&Sostenibile. Uno strumento utile alle aziende per aumentare la fiducia dei consumatori. Sotto la lente 11 macro-settori: trasporti aerei ed energia i comparti con il maggior rischio di non conformità alla nuova direttiva europee
Nuova presentazione del rapporto ACU “Greenwashing in Italia 2023–2026” nell’ambito del Forum Compraverde Buygreen il 27 maggio a Roma a Palazzo Wegil in Largo Ascianghi. L’Associazione Consumatori Utenti rende pubblica la metodologia utilizzata per costruire il primo indice comparativo italiano del rischio greenwashing applicato ai principali comparti economici nazionali.
Il report, già inviato all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – (AGCM), curato dalla società benefit Giusto&Sostenibile srls, analizza la comunicazione ambientale di 70 brand appartenenti a 11 settori macro-settori economici, con l’obiettivo di valutare il livello di esposizione ai nuovi rischi regolatori introdotti dalla Direttiva (UE) 2024/825 e dal D.Lgs. 30/2026 che sarà pienamente operativa e applicabile in Italia a partire dal 27 settembre 2026.
L’indice non rappresenta un giudizio reputazionale o etico sulle imprese, ma uno strumento descrittivo e comparativo costruito attraverso una matrice multi-criterio replicabile.
Ogni brand viene analizzato mediante l’attribuzione di valori grezzi da 0 a 100 a cinque macro-variabili:
- claim ambientali e pressione comunicativa;
- verificabilità e supporto probatorio;
- presenza di termini vaghi, assoluti o labeling proprietario;
- coerenza tra comunicazione e modello di business;
- impatto ambientale strutturale (Scope 1, 2 e 3).
I valori vengono successivamente ponderati attraverso un sistema di pesi predefiniti per ottenere l’indice finale di esposizione al rischio greenwashing.
L’analisi distingue inoltre due livelli differenti: rischio accertato, riferito alle criticità già concretamente osservabili nella comunicazione attuale; rischio potenziale, riferito invece all’esposizione futura rispetto all’evoluzione della disciplina europea sui green claims.
Dall’analisi emerge una forte asimmetria tra i diversi comparti economici.
Nessun settore economico si colloca pienamente al di sotto della linea di sicurezza e conformità preventiva introdotta dalla nuova Direttiva 2024/825. Questo dimostra che il tessuto industriale italiano ha interiorizzato l’importanza della transizione ecologica sul piano della comunicazione visiva e semantica, ma sconta un forte ritardo nell’adeguamento tecnico e procedurale dei claim utilizzati. Attraverso questo approccio analitico, ogni singola impresa italiana potrà utilizzare il report come uno strumento diagnostico, individuando su quale leva intervenire per azzerare il proprio profilo di rischio. Perché dal prossimo settembre le violazioni delle nuove regole contro il greenwashing e le pratiche commerciali scorrette potranno essere punite con multe fino a 10 milioni di euro!
I settori con minore esposizione risultano il Trasporto Pubblico Locale, la Telefonia & Produttori Smartphone e le Multiutility. I comparti maggiormente esposti sono invece l’Energia fossile (Oil & Gas), i Trasporti aerei nazionali e la Moda & Fashion. Il grafico mostra i valori medi per settore, sebbene all’interno di ogni comparto si registrino scostamenti anche significativi tra le singole aziende.
Secondo i dati della Commissione Europea circa il 53% delle dichiarazioni ambientali in Europa risulta “vago, fuorviante o infondato”. Il 40% non è supportato da alcuna evidenza verificabile (assenza di prove o contenuti fuorvianti), e circa la metà dei marchi ambientali presenta un livello di verifica debole o inesistente.

Sul mercato dei prodotti non alimentari (basato su osservazioni nei punti vendita) il 76% dei prodotti contiene almeno una forma di “green claim”, cioè un richiamo ambientale esplicito o implicito nella comunicazione o nel packaging. Il 61% di consumatori dichiara difficoltà nel capire quali prodotti siano realmente sostenibili e il 44% non si fida delle informazioni ambientali disponibili.
Il Rapporto di ACU evidenzia che in Italia il rischio di greenwashing più elevato riguarda soprattutto l’utilizzo crescente di claim reputazionali e prospettici difficilmente verificabili nel momento in cui vengono diffusi al pubblico.
“Questo studio introduce per la prima volta in Italia una metodologia comparativa strutturata e una vera e propria proposta di metrica, sul rischio greenwashing – dichiara Giuseppe D’Ippolito, presidente di Giusto&Sostenibile – L’obiettivo non è formulare classifiche reputazionali, ma offrire alle imprese uno strumento tecnico per comprendere il proprio livello di esposizione normativa e comunicativa e, ai consumatori, una chiave di lettura della comunicazione ambientale e di sostenibilità”.
“Il tempo della sostenibilità semplicemente dichiarata sta progressivamente terminando – aggiunge Gianni Cavinato, presidente di ACU – Le nuove regole europee richiederanno claim sempre più verificabili, trasparenti e coerenti con l’impatto reale delle attività economiche. La mission di ACU è quella di contribuire alla transizione ecologica del modello produttivo così da assicurare un solido futuro al consumo sostenibile e ai diritti dei consumatori”.
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