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I rincari dell’energia e le ricadute sulla Transizione ecologica

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Le parole del ministro Roberto Cingolani a un convegno della Cgil la scorsa settimana hanno scatenato reazioni e preoccupazioni a catena: “Le bollette nell’ultimo trimestre del 2021 aumenteranno del 40 per cento – ha detto il ministro della Transizione Energetica – Succede perché il prezzo del gas a livello internazionale aumenta, e aumenta anche il prezzo della CO2 prodotta”.

La segnalazione di Cingolani si è aggiunta a quelle già fatte negli ultimi mesi da analisti ed economisti riguardo all’incremento dei costi dell’energia. Una situazione che preoccupa tanto il mondo dell’impresa quanto i cittadini e che ha portato il Governo a prendere provvedimenti urgenti.

Dopo lo stanziamento di 1,2 miliardi di euro per contenere sotto il 10% l’aumento delle bollette dello scorso trimestre (causato dal un +20% del prezzo dell’elettricità), è in corso un vertice tra il premier Mario Draghi e i ministri Roberto Cingolani e Daniele Franco. Le prime misure saranno sul tavolo del prossimo Consiglio dei Ministri: si parla di un intervento attorno ai 3 miliardi di euro.

Materie prime alle stelle

Il problema dell’aumento del prezzo dell’energia non riguarda solamente l’Italia ed è dovuto sia all’aumento dei prezzi delle materie prime, come gas e combustibili derivanti dal petrolio, sia all’aumento dei costi per le aziende che producono energia. È quanto osserva un’analisi pubblicata da Il Post.

Dopo il rallentamento dell’economia mondiale dovuto alla pandemia da coronavirus, le attività produttive hanno ripreso determinando un rapido aumento della domanda per le materie prime, difficili da reperire a causa di problemi di disponibilità e di trasporto. Questi problemi hanno interessato anche le materie prime con cui si produce la maggior parte dell’energia in Europa: il prezzo del petrolio è aumentato del 200 per cento dalla primavera del 2020, e quello del gas naturale del 30 per cento solo nel secondo trimestre del 2021.

In Italia il gas naturale è impiegato per produrre circa il 40 per cento dell’energia elettrica, di conseguenza un marcato aumento del suo prezzo si riflette sul costo dell’elettricità. L’Europa ha una forte dipendenza dalle forniture della Russia, che in questo periodo ha ridotto i flussi a vantaggio dei paesi asiatici. Alcuni problemi nei giacimenti del Mare del Nord hanno inoltre reso disponibili meno quantità di gas prodotto direttamente in Europa, e il progressivo esaurimento di uno dei più importanti giacimenti nei Paesi Bassi non sta aiutando.

Il costo delle emissioni di CO2

Un ulteriore fattore – sottolinea ancora Il Post – è il sensibile aumento dei prezzi dei permessi per emettere anidride carbonica, che le aziende si scambiano attraverso l’Emission trading system europeo. I permessi sono rilasciati dalle autorità europee in numero limitato e vengono poi scambiati tra le aziende, con quelle meno inquinanti che possono vendere i propri alle industrie che producono più emissioni.

Il sistema esiste da oltre 15 anni e ha l’obiettivo di ridurre la produzione di gas inquinanti, tra le principali cause del riscaldamento globale. Periodicamente la quantità di permessi viene ridotta, proprio per incentivare il passaggio a produzioni più sostenibili, e di conseguenza il loro prezzo aumenta. Gli aumenti da inizio anno hanno avuto ripercussioni sulle società che producono energia da combustibili fossili, che a loro volta scaricano poi parte dei costi nella bolletta.

Questa dinamica fa sì che nel dibattito alcuni puntino il dito “contro” la transizione ecologica come paradossale concausa dell’aumento dei prezzi dell’energia. Lo stesso ministro Cingolani evidenzia le difficoltà della Transizione e non i vantaggi.

A rispondergli, direttamente e indirettamente, sono in molti. Il vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, in occasione della plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, ha dichiarato: “Non dobbiamo essere paralizzati dall’aumento dei prezzi dell’energia e rallentare la transizione, ma anzi dobbiamo accelerare per far sì che l’energia da fonti rinnovabili sia disponibile a tutti. Solo un quinto dell’attuale aumento dei prezzi può essere attribuito alla crescita del prezzo della CO2, il resto dipende dalle carenze del mercato”.

Le associazioni Greenpeace, Legambiente e Wwf, in un comunicato congiunto, dichiarano: “Siamo alle solite: di fronte a un problema, si cerca di accusare i soldi spesi per una giusta causa (in questo caso il prezzo della CO2, in passato gli incentivi alle rinnovabili) per alzare una cortina fumogena. Questo impedisce di comprendere e ovviare alle dinamiche speculative internazionali sui prezzi e sull’approvvigionamento del gas. Ma soprattutto mette in ombra l’indubbio ruolo calmierante che le rinnovabili stanno avendo per la bolletta elettrica, visto che ci consentono di limitare le importazioni di gas. Non risulta inoltre chiaro il peso sulla bolletta del gas di altre voci, per esempio il mancato o parziale utilizzo delle infrastrutture del gas. Inoltre, il prezzo della CO2 ha soprattutto messo fuori mercato il carbone, non agito direttamente sul prezzo internazionale del gas. Viene il sospetto che si voglia creare il caso per giustificare una compensazione che rischia di essere un ulteriore sussidio ai combustibili fossili, oltre che una misura d’emergenza che non risolve i problemi strutturali”.

Il boomerang della conversione ecologica

È indubbio, in ogni caso, che l’approvvigionamento delle materie prime rischia di diventare un problema per la conversione ecologica. Secondo l’analisi fatta dal portale Economia Circolare, l’approccio circolare può essere d’aiuto grazie al recupero di materie dai rifiuti RAEE.

L’Unione europea ha di recente stilato un piano d’azione sulle così dette “materie prime critiche” (ossia di critica importanza economica nonché di critico approvvigionamento), individuando 30 materiali essenziali per l’industria e la società europea, da cui l’Ue è fortemente dipendente, in particolare dalla Cina. La Commissione ammette che senza di queste, l’European Green Deal, semplicemente, non è realizzabile. Nella Comunicazione “Resilienza delle materie prime critiche: tracciare un percorso verso una maggiore sicurezza e sostenibilità” si legge che la Cina fornisce all’UE il 98% delle terre rare (REE), la Turchia il 98% di borato e il Sud Africa soddisfa il 71% del fabbisogno di platino e una percentuale maggiore di metalli come iridio, rodio e rutenio.

E non è solo un problema economico. Si tratta anche di equilibri geopolitici globali. Secondo l’OCSE, l’aumento dell’uso dei materiali, unito alle conseguenze ambientali della loro estrazione e trasformazione, nonché dei rifiuti generati, potrebbe incrementare la pressione sulle risorse e compromettere i benefici in termini di benessere. Se non si tiene conto delle implicazioni del consumo di risorse necessario alle tecnologie definite “a basse emissioni di carbonio” si rischia semplicemente di spostare l’onere della diminuzione delle emissioni ad altre parti della catena economica, generando nuovi problemi ambientali e sociali, come l’inquinamento da metalli pesanti, la distruzione degli habitat o l’esaurimento delle risorse minerarie.

Sempre secondo Economia Circolare, una speranza è offerta dall’approccio circolare che punta al recupero di materiali preziosi dai rifiuti. Secondo un recente rapporto Erion, la corretta e completa gestione, orientata al riciclo, invece che allo smaltimento, delle apparecchiature elettriche ed elettroniche post consumo, i cosiddetti RAEE, può diventare una vera “miniera”, nella logica della transizione economia circolare. Secondo i dati contenuti nel rapporto, a fronte dell’immissione nel mercato di oltre 900.000 tonnellate all’anno di apparecchiature elettriche e elettroniche sono raccolte in modo differenziato poco più di 350.000 tonnellate all’anno di RAEE, ovvero il 40%, rispetto ad un obiettivo europeo del 65%. Di queste, va a riciclo l’89%. Con gli investimenti e le scelte politiche giuste, i materiali riciclati potrebbero essere molti di più, riducendo il nostro consumo di materie primarie.

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