
È partito il cantiere per l’abbattimento dei corpi storici del presidio altopianese, dismesso dal 2020. Demolizione selettiva, riutilizzo in sito degli inerti, rimozione dell’amianto e contenimento delle polveri: 240 giorni di lavori per restituire l’area a verde.
A poco più di un chilometro dal centro di Asiago, sull’Altopiano dei Sette Comuni, ha preso avvio lunedì 29 giugno la demolizione della vecchia sede dell’ospedale cittadino. L’intervento, promosso dall’Azienda ULSS 7 Pedemontana, chiude un lungo percorso di riqualificazione del polo sanitario altopianese e si configura, più che come un semplice abbattimento, come un’operazione di demolizione selettiva e bonifica orientata al recupero dei materiali e alla restituzione dell’area a superficie verde. Il cantiere avrà una durata prevista di 240 giorni e non comporterà interruzioni dell’attività sanitaria, garantita nel nuovo nosocomio realizzato nella stessa area.
L’intervento, dal valore complessivo di 2,675 milioni di euro (circa 1,7 milioni per i lavori), è stato affidato dall’Azienda ULSS 7 Pedemontana con un appalto integrato e aggiudicato a Massucco Costruzioni.
Un edificio dismesso dal 2020, ultimo atto del nuovo polo
Il fabbricato oggetto d’intervento sorge in via Martiri di Granezza 42. La sua attività era iniziata nel 1947: il nucleo storico, realizzato negli anni Quaranta con tecniche costruttive tradizionali (murature perimetrali e di spina in pietrame, solai in latero-cemento), corrisponde al corpo “B”, cui si sono aggiunti negli anni Sessanta e Settanta gli ampliamenti a struttura intelaiata in cemento armato dei corpi “A”, “C” e “D”. La demolizione riguarda questi quattro corpi, per un volume complessivo di circa 40.000 metri cubi (39.749 mc da progetto), mentre il Nuovo Pronto Soccorso edificato nei primi anni Duemila viene mantenuto.

La scelta dell’abbattimento ha origine lontana. Le campagne di indagini strutturali condotte tra il 2006 e il 2008 avevano evidenziato la disomogeneità del complesso, ridotti coefficienti di sicurezza statica e la necessità di un radicale intervento di ristrutturazione, valutato però antieconomico rispetto alle esigenze funzionali. Da qui l’orientamento verso la costruzione di un nuovo edificio, poi effettivamente realizzato e attivato, cui deve ora seguire la rimozione dei vecchi volumi per completare la sistemazione dell’area. Il progetto prevede anche lo scapitozzamento della torre ascensori fino al piano primo, con chiusura del vano scala e del vano ascensori mediante un solaio in latero-cemento.

Demolizione selettiva e gerarchia dei rifiuti
Il cuore tecnico dell’intervento, dal punto di vista ambientale, è affidato al Piano per la gestione delle macerie e delle rocce da scavo. Il documento prescrive che le attività di demolizione e rimozione siano eseguite “in maniera quanto più selettiva”, ricorrendo alla demolizione tradizionale solo dove lo stato delle opere lo giustifichi. È una scelta che colloca l’operazione nel solco della gerarchia europea dei rifiuti: privilegiare separazione e recupero rispetto al conferimento indifferenziato in discarica.
I rifiuti propri dell’attività di demolizione ricadono nella famiglia dei codici CER 17 (rifiuti delle attività di costruzione e demolizione), in prevalenza non pericolosi. Il piano distingue il flusso indifferenziato – destinato a trattamento o discarica – dai materiali avviabili a recupero: componenti riutilizzabili come porte, finestre e radiatori, e le frazioni omogenee di legno, ferro, vetro, metalli, plastica e rifiuti lapidei. Per gli inerti, il piano individua come avviabili a recupero i codici della famiglia 17.01 (cemento, mattoni, mattonelle e ceramiche) e il 17.09.04, relativo ai rifiuti misti dell’attività di costruzione e demolizione.
La gestione operativa segue le regole del deposito temporaneo: i rifiuti, prodotti nella sola area di cantiere, vengono stoccati in loco per comparti separati per tipologia di CER, al riparo dagli agenti atmosferici e con il divieto, di legge, di miscelazione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi. La responsabilità della corretta classificazione, del deposito e dell’avvio a recupero o smaltimento ricade sul produttore del rifiuto, ossia sull’impresa esecutrice. Per i codici 17 non pericolosi opera l’esenzione dall’obbligo di registro di carico e scarico, mentre per i rifiuti pericolosi resta la comunicazione annuale al MUD.
Il riutilizzo in sito: la “ricucitura” del versante
Un elemento qualificante sul piano dell’economia circolare è il reimpiego diretto in cantiere di parte del materiale demolito. Il fabbricato sorge su un versante inclinato, condizione per cui una porzione del piano terra risulta interrata. Il progetto prevede di colmare la parte interrata fino alla quota del piano terra riutilizzando parte degli inerti di demolizione; per la quota restante della “ricucitura” del versante si ricorre a materiale proveniente da cava. La frazione non reimpiegabile in sito è conferita agli impianti di recupero e alle discariche per inerti presenti nel territorio: il progetto censisce numerosi impianti di tipologia 2A in provincia di Vicenza e nel Veneto.
Va precisato che l’intervento non comporta scavi: non sono previste terre e rocce da scavo, e il terreno presente viene lasciato in loco. Il movimento di materie è dunque interamente riconducibile alle demolizioni.
Amianto, cisterne ed ex laboratorio: le bonifiche preliminari
Le indagini preliminari hanno accertato la presenza di amianto nella struttura. Il materiale viene trattato come rifiuto speciale e rimosso prima dell’avvio delle demolizioni vere e proprie, con allestimento di un’apposita area confinata per la movimentazione, lo stoccaggio e l’imballaggio, e con fermo totale del resto del cantiere durante l’esecuzione delle relative lavorazioni. La rimozione è affidata a manodopera autorizzata, previa redazione del piano di smaltimento da approvarsi a cura della competente A.S.L.; per accedere alla copertura in amianto è necessario demolire preliminarmente il manto e la sottostante struttura lignea.
Il quadro delle bonifiche comprende inoltre la rimozione delle cisterne interrate per il gasolio e dell’ex laboratorio analisi, oltre al sezionamento degli impianti rispetto alla porzione “Nuovo Pronto Soccorso” e alla ricollocazione dei quadri elettrici generali presso i volumi non interessati dalla demolizione.
Polveri, rumore e qualità dell’aria: le misure di cantiere
Sul fronte della mitigazione degli impatti, la demolizione viene eseguita con pinze idrauliche e sistemi di nebulizzazione dell’acqua studiati per limitare la dispersione delle polveri, che vengono monitorate in continuo grazie a una rete fissa di controllo della qualità dell’aria installata nell’area. Per il contenimento del rumore sono previsti macchinari silenziati e barriere fonoassorbenti.
Particolare attenzione è riservata alla convivenza con il presidio attivo. Per evitare interferenze con i mezzi d’opera sono stati ridefiniti e segnalati i percorsi pedonali e carrabili destinati all’utenza; una porzione del parcheggio prossima al cantiere è stata temporaneamente chiusa, con la contestuale attivazione di una nuova area di sosta riservata ai dipendenti. L’accesso dei pazienti all’ospedale resta garantito per tutta la durata dei lavori.
Vincoli, finanziamento e iter di gara
L’area è gravata dal solo vincolo idrogeologico-forestale, ritenuto superabile in quanto si procede a una demolizione senza ricostruzione: il sedime viene sistemato a verde, con terreno reso permeabile e pendenze mantenute inalterate. Non è stata ritenuta necessaria la valutazione di incidenza, dal momento che i siti della Rete Natura 2000 più vicini distano circa un chilometro; l’edificio, inoltre, non presenta interesse storico-artistico, come già accertato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2004. Il rischio idraulico è assente e quello da ordigni bellici inesplosi è classificato come basso.
Sul piano procedurale, l’opera è stata posta a base di un appalto integrato, comprensivo della progettazione esecutiva e dell’esecuzione dei lavori, affidato con procedura negoziata. La gara si è svolta sulla piattaforma telematica Sintel di ARIA S.p.A., utilizzata dall’ULSS 7 come centrale di committenza, con applicazione di requisiti di sostenibilità ambientale. L’investimento per i lavori è di circa 1,7 milioni di euro, a fronte di un quadro economico complessivo dell’intervento pari a 2,675 milioni di euro. Il progetto definitivo è stato redatto dallo Studio Tecnico dell’ing. Riccardo Auteri.
All’esito della procedura, cui hanno preso parte due operatori economici, l’appalto integrato è stato aggiudicato a Massucco Costruzioni, che ha offerto un ribasso del 33,89% sull’importo soggetto a ribasso.
Dall’ospedale al prato: il futuro dell’area
A demolizione conclusa, l’area sarà completamente bonificata e sistemata a prato verde. In una fase successiva è prevista la realizzazione di un percorso coperto tra il nuovo ospedale e i locali dell’ex Pronto Soccorso, già riqualificati e destinati ad ambulatori e servizi sanitari. L’operazione si inserisce in un programma più ampio che ha già portato alla ristrutturazione dell’attuale Pronto Soccorso e al trasferimento di attività ambulatoriali e del Centro di Salute Mentale.
Con l’avvio del cantiere, ha sottolineato il direttore generale dell’ULSS 7 Pedemontana, Giovanni Carretta, si completa di fatto “una progettualità di grandissima rilevanza” per l’Altopiano: al posto di un edificio ormai abbandonato nascerà una nuova area verde, in un territorio che fa della sostenibilità e del rapporto con la natura un valore identitario.
































