
La bonifica dei siti contaminati rappresenta una delle sfide ambientali e ingegneristiche più complesse del nostro tempo. Tradizionalmente, questi interventi sono approcciati puramente dal punto di vista ingegneristico, chimico-fisico. La rimozione degli inquinanti, la messa in sicurezza delle matrici ambientali e il ripristino della salubrità pubblica costituiscono, correttamente, l’obiettivo primario.
Tuttavia, la normativa italiana e la moderna sensibilità urbanistica impongono un cambio di paradigma: non è più sufficiente raggiungere l’obiettivo primario, ma questo risultato deve essere ottenuto integrandosi con il contesto visivo, storico e culturale circostante. Diventa quindi importante affiancare alla progettazione tecnica uno strumento progettuale specifico, la Relazione Paesaggistica.
Tale relazione connette l’ingegneria ambientale e la pianificazione territoriale, assicurando che l’intervento di risanamento avvenga con modi che non impattino negativamente sul paesaggio.
CESI, azienda italiana partecipata da Enel e Terna, vanta una consolidata esperienza nell’ambito delle valutazioni ambientali e territoriali, affiancando alla progettazione degli interventi di bonifica una visione integrata che considera fin dalle fasi preliminari gli aspetti paesaggistici, autorizzativi e di rigenerazione del territorio. CESI mette a disposizione competenze specialistiche nell’analisi degli impatti, nella definizione delle misure di mitigazione e nell’interlocuzione con gli enti competenti, contribuendo a sviluppare progetti sostenibili e coerenti con le esigenze di tutela e valorizzazione dei contesti interessati.
Il quadro normativo e il ruolo della relazione
Il punto di riferimento legislativo principale è il D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio). Quando un sito contaminato ricade in un’area sottoposta a vincolo, qualsiasi intervento, compresi i progetti di bonifica o messa in sicurezza, richiede il rilascio dell’Autorizzazione Paesaggistica. La Relazione Paesaggistica è il documento tecnico che correda l’istanza, regolato nei contenuti dal D.P.C.M. 12 dicembre 2005.
Nel contesto delle bonifiche, disciplinate dal Titolo V della Parte Quarta del D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale), la relazione deve dialogare con il Progetto Operativo di Bonifica (POB). Se l’ingegneria stabilisce “come” pulire il sito, la relazione paesaggistica stabilisce “come” la tecnologia scelta impatterà sulla superficie e sulla percezione visiva del luogo. L’installazione di impianti o la movimentazione di terra alterano lo stato dei luoghi; la relazione dimostra la compatibilità di tali trasformazioni con i valori tutelati dal vincolo.
Analisi dello stato di fatto e percezione del degrado
La stesura del documento inizia con un’approfondita analisi dello stato di fatto. Il progettista deve documentare l’impatto visivo del degrado industriale: strutture fatiscenti, suoli sterili, cisterne e recinzioni di cantiere rappresentano elementi di deturpazione.
La relazione mappa i punti di vista panoramici, le direttrici visive storiche e la fruizione visiva dell’area. Dimostrare che la situazione attuale costituisce un danno per il paesaggio permette alle autorità competenti (Soprintendenze) di valutare l’intervento di bonifica non come una minaccia, ma come un’opportunità di riqualificazione e risanamento estetico al territorio.
La valutazione degli impatti delle tecnologie di bonifica
Ogni tecnologia comporta un impatto specifico sul paesaggio. La scelta tra un approccio in-situ (trattamento sul posto senza movimentazione) o ex-situ (rimozione e trattamento fuori sito o a piè d’impianto) determina l’estensione, la durata e la severità delle alterazioni visive in superficie.
| Tecnologia | Tipo approccio | Impatto visivo di cantiere | Durata alterazione | Strutture emergenti |
| Dig and Dump | Ex-situ | Alto (scavi geometrici) | Breve | Nessuna (vuoto antropico) |
| Soil Washing | Ex-situ | Alto (impianti vagliatura) | Medio | Silos, cumuli di terre |
| SVE / Bio-sparging | In-situ | Basso (teste pozzo a raso) | Lungo | Container, piccoli camini |
| Phytoremediation | In-situ | Positivo (aree verdi) | Lungo | Barriere arboree e prati |
| Capping permanente | In-situ | Medio (rimodellazione) | Permanente | Collina artificiale geometrica |
Mentre gli interventi ex-situ generano uno impatto visivo iniziale dovuto ai grandi macchinari e agli scavi, le tecnologie in-situ prolungano la presenza di presidi tecnologici per anni, richiedendo soluzioni di mascheramento sul lungo periodo.

Caso studio: Il recupero dell’Ex-Opificio Valleverde
Per comprendere l’applicazione pratica di questi principi, analizziamo il caso studio fittizio di un Ex-Opificio, un polo chimico-tessile dismesso situato a ridosso di un’area fluviale protetta e sottoposto a vincolo paesaggistico. La caratterizzazione del sito ha evidenziato una contaminazione del suolo superficiale da idrocarburi e metalli, e della falda acquifera da solventi clorurati.
Il Progetto Operativo di Bonifica iniziale prevedeva un intervento di dig and dump (scavo e smaltimento) per i terreni e un impianto Pump & Treat per la falda. La prima stesura ingegneristica ignorava l’impatto visivo: lo scavo avrebbe eradicato due ettari di vegetazione spontanea e l’impianto di trattamento acque (composto da container metallici e un silos alto sei metri) sarebbe sorto sulla linea di vista panoramica della vallata.
La Relazione Paesaggistica ha agito come correttivo strategico del progetto, imponendo una revisione delle tecnologie d’intesa con l’ente gestore del vincolo:
- Ridisegno dell’impianto di falda: i container industriali e i silos sono stati delocalizzati in una depressione naturale del terreno e mascherati visivamente tramite una barriera arborea densa con essenze autoctone (carpini e noccioli). Per le strutture esterne sono state prescritte colorazioni opache (Terre d’Ombra e Verde Oliva) coerenti con i colori dominanti del bosco circostante nelle diverse stagioni.
- Sostituzione tecnologica per il suolo: al posto dello scavo radicale, distruttivo per la morfologia collinare, la relazione ha promosso l’adozione della phytoremediation. L’area contaminata è stata trasformata in un impianto a pioppi e salici, integrandosi visivamente con il corridoio ecologico del fiume e azzerando l’impatto del cantiere tradizionale.
Un approccio alla progettazione attento anche a questi aspetti aumenta l’accettabilità dell’intervento, permette di evitare il prolungamento dei tempi di approvazione facilitando quindi la realizzazione del progetto con tempi, e in ultima analisi anche costi, inferiori.
Progettazione della mitigazione e soluzioni di Phytoremediation
Come evidenziato nel caso studio, il cuore della Relazione Paesaggistica risiede nelle misure di mitigazione dei potenziali impatti paesaggistici e ambientali. Nei siti contaminati, la soluzione più innovativa è rappresentata dalle Nature-Based Solutions (NBS) e, nello specifico, dalla fitorimediazione. L’uso di specie vegetali per estrarre o immobilizzare i contaminanti unisce l’efficacia ingegneristica al ripristino formale del paesaggio.
In questo ambito, il redattore della relazione deve collaborare con agronomi e botanici. La scelta delle specie deve basarsi sulla tolleranza biologica agli inquinanti e sulla coerenza con la flora autoctona circostante. Un impianto di fitorimediazione ben strutturato si trasforma visivamente in un bosco o in un prato stabile, eliminando la percezione di zona industriale degradata molto prima che i processi chimici sotterranei siano conclusi.
Verso la rigenerazione urbana e territoriale
La Relazione Paesaggistica non gestisce solo la fase transitoria del cantiere, ma traguarda il riuso futuro del sito (restoration and redevelopment). Un progetto di bonifica che integra la visione paesaggistica fin dalle prime fasi accelera i processi di approvazione e garantisce la successiva restituibilità dell’area alla comunità.
Che si tratti della trasformazione di una ex raffineria in un parco urbano o del recupero di una discarica in un’area naturale protetta, la qualità del paesaggio finale determina il successo dell’intera operazione ambientale. Integrare la chimica dei contaminanti con l’identità dei luoghi permette di limitare che lo sviluppo industriale ha impresso sul nostro patrimonio nazionale.
































